La ragione di una scelta

Quanto costruito in questi trent’anni di attività nel settore regolatorio è giunto ormai a piena maturità. La palazzina liberty che ha ospitato gli uffici della Di Renzo Regulatory Affairs dai suoi primi cinque collaboratori agli ormai quasi cento, è diventata giorno dopo giorno, anno dopo anno, sempre un po’ più stretta.

L’abitudine, l’affezione ai luoghi noti hanno costituito un collante speciale, ma da tre anni ho cominciato a cercare una nuova sede, perché ritengo giusto che le persone lavorino in uno spazio vitale, ampio, luminoso, non sacrificato, con massima disponibilità di mezzi ed espressione.

Ho portato con me, in questa avventura, tutti coloro che hanno voluto seguirmi, crescere insieme professionalmente e mi auguro anche umanamente. Ho l’orgoglio e la fortuna di poter dire che non ho mai licenziato nessuno e ho sofferto ogni volta che qualcuno ha lasciato la Di Renzo per tentare altre avventurose esperienze.

Credo faccia parte del gioco della vita. D’altronde molte aziende farmaceutiche mi hanno confidato che, nel curriculum di un professionista, Di Renzo Regulatory Affairs è considerata una sicura garanzia di qualità. Sono grandi soddisfazioni per chi, come me, ha fondato sulla formazione e la competenza dei suoi collaboratori un’intera azienda.

La ricerca della nuova sede, durata ben tre anni e vagliando decine di possibilità, mi è costata molta fatica, sia fisica, sia mentale. La fatica di fare i sopralluoghi, studiare gli incartamenti, fare approfondite ricerche, incaricare professionisti, immaginare in ogni sede visitata come avrei potuto trasformarla nella mia idea di ufficio.

E adesso che finalmente il passo è compiuto, adesso che la Di Renzo Regulatory Affairs si trasferisce a Via dell’Arco di Travertino, in un’elegante e luminosa struttura distribuita su quattro piani e duemila metri quadrati, mi chiedo: ne è valsa la pena? Sì.

Negli ultimi mesi di ristrutturazione, durante i quali ho visto prendere forma gli spazi e le stanze della nuova sede, ho immaginato come mi sarei sentito io a vent’anni, quando ero ancora un apprendista in questo mestiere, ad entrare in un posto simile. Credo che ne sarei stato orgoglioso: orgoglioso di far parte di qualcosa di solido, costruito con criterio e conoscenza, pensato per far star bene e per rassicurare. Creato per rendere subito palese, al primo colpo d’occhio, l’esistenza di una prospettiva. Una prospettiva futura. Una prospettiva di crescita.

Talvolta, osservando i miei collaboratori, mi domando cosa si aspettino dalla vita: ai miei tempi si cercava qualcosa non di sicuro, ma di vero, onesto e solido. È su questa idea che ho costruito la Di Renzo e su questa idea spero continui a crescere. In trent’anni ho visto i miei collaboratori trasformarsi da ragazzi e neolaureati in professionisti, madri e padri di famiglia. Ho la presunzione di sentirmene corresponsabile e la soddisfazione di non aver mai fatto percepire quella moderna precarietà che toglie a chi lavora ogni possibilità creativa di espressione, confinandolo nell’esecuzione di un compito che si ha altrimenti paura di perdere.

L’ambiente di lavoro è un sistema complesso, una sorta di organismo che vive, respira e si alimenta; sensibile agli umori interni e sottoposto a numerosi e continui impulsi esterni. Mi piace pensarlo come una sorta di danza, nella quale tutti cercano di seguire una stessa melodia, di accordarsi ai movimenti altrui.

Gestire una struttura aziendale, grande o piccola che sia, non è affatto semplice. Ciascuna delle parti in causa ha i suoi valori, le sue motivazioni molto personali e, prime fra queste, l’aspetto economico e la sicurezza del posto di lavoro. È importante avere la sensazione di lavorare in una società salda e ben strutturata, dotata di un management pronto ad affrontare imprevisti e nuove situazioni, e organizzata secondo programmi di breve e lungo periodo ben definiti. È importante perché libera spazio mentale, sottraendolo a eventuali ansie, incertezze e preoccupazioni.

Poi c’è l’aspetto psicologico: ogni persona vuole sentirsi utile e negargli questa possibilità sarebbe un trauma per l’intera struttura, perché significherebbe urtare contro gli altri, anziché collaborare.

Questo cambio di sede è una grande rivoluzione, il cui messaggio però è carico di futuro, di ulteriore crescita e sviluppo. Mi auguro di essere riuscito – disponendo ora di spazi più ampi, efficienti, luminosi e attrezzati – a trasmettere ai miei collaboratori quanto il loro benessere sia importante: il benessere di ciascuna persona che fa parte dell’organizzazione, a prescindere dalla specifica posizione che ricopre, è l’aspetto fondamentale per la riuscita e l’affermazione di qualsiasi progetto imprenditoriale.

Sono le persone, ciascuna con la propria identità, con la cultura acquisita, con le proprie inclinazioni e dinamiche interne, positive e anche negative, con i propri egoismi o con il proprio senso di collaborazione, che modificano continuamente il percorso e il successo o l’insuccesso di tutti.

Vivo della convinzione che quello che si fa per gli altri torni sempre indietro come beneficio collettivo. Essere parte di una struttura sana e sincera, che tiene conto della soddisfazione professionale di ciascuno e della correttezza e coerenza nei rapporti interpersonali, è qualcosa che travalica di gran lunga gli attuali concetti di precarietà o prospettiva lavorativa: è la fortuna di poter lavorare e vivere senza preoccupazioni.

Ecco, questa è l’idea di ufficio che cercavo per la nuova sede. Non una semplice “isola felice”, che sa tanto di utopia e segregazione dal mondo, ma un continuum con la vita. Perché non si può pensare che trascorrere otto ore del proprio tempo, ogni giorno, in un determinato posto, non abbia a che fare anche con la vita.

Sante Di Renzo